Home Magazine L'autoritratto ai tempi del selfie: alcuni grandi esempi di come gli artisti hanno rappresentato sé stessi

L'autoritratto è oggi facilmente eseguibile da chiunque, basta essere in possesso di uno smartphone. L'auto-rappresentazione artistica, a differenza del selfie, rivela però non solo le proprie sembianze ma anche la parte più intima di sé, come una sorta di specchio dell'anima. Ecco come alcuni grandi artisti hanno scelto di raffigurare se stessi.

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Importante per l'evoluzione della tecnica ritrattistica, fonte di informazioni storiche e rivelatore di indizi psicologici, l'autoritratto si è sviluppato a partire dal primo Rinascimento e ha attraversato secoli, giungendo fino ai giorni nostri. A riprova della fortuna di questo genere, restano gli innumerevoli self-portrait realizzati in ogni epoca dai più grandi maestri della storia dell'arte. Galeotto fu anche lo specchio, che verso la metà del XV secolo cominciò a diffondersi in versione economica, invogliando i pittori dell'epoca ad auto-raffigurarsi con maggiore frequenza. Prima di allora era spesso consuetudine che gli artisti inserissero le proprie fattezze nelle loro opere, ma perlopiù in posizione marginale o all'interno di scene affollate e mai come soggetto principale di un dipinto. Per parlare di autoritratto vero e proprio bisogna quindi attendere gli albori del Rinascimento.

Jan van Eyck, Public domain, via Wikimedia Commons

Jan van Eyck - Ritratto di un uomo (1433)

Meglio conosciuto come il ritratto di un uomo con un turbante rosso in testa, questo dipinto molto probabilmente riproduce l'artista fiammingo Jan van Eyck, pittore ufficiale della città di Bruges e dunque potrebbe essere il più antico autoritratto su tavola noto nella storia dell'arte. L'iscrizione, dipinta come se fosse incisa nel legno, recita le parole “Als Ich Can” (“come posso”), ed è nota per essere l'autografo di Van Eyck. L'opera, conservata alla National Gallery di Londra dal 1851, raffigura con superbo naturalismo e grande profondità psicologica il volto di un uomo che fissa lo spettatore con un vistoso turbante rosso avvolto intorno al capo, ed è un fulgido esempio della straordinaria capacità tecnica del maestro belga.

Dürer, self-portrait - Public domain, via Wikimedia Commons

Albrecht Dürer - Autoritratto (1500)

“Io Albrecht Dürer di Norimberga, all’età di ventotto anni, con colori appropriati ho creato me stesso a mia immagine" Così recita l'iscrizione che accompagna il famoso autoritratto realizzato dall'artista nel 1500, la data che compare insieme alla sua firma sul lato sinistro del dipinto. Il maestro del Rinascimento tedesco si era già cimentato con questa tecnica, dal momento che aveva solo 13 anni quando disegnò il suo primo autoritratto. Tornò ad auto-raffigurarsi svariate volte prima di dipingere, all'età di 28 anni, quella che diventerà la sua immagine più celebre, nella quale è particolarmente forte l'analogia con l'iconografia di Cristo come Salvator Mundi. Ritraendosi in posa frontale su sfondo scuro, Dürer coniuga simmetria e armonia, e testimonia il suo interesse per gli ideali umanistici rinascimentali. Sceglie di mostrarsi con un viso dallo sguardo particolarmente intenso, vestito con un cappotto bordato di pelliccia che tiene chiuso con la mano finemente dipinta nel tipico gesto benedicente del Salvatore. Custodito nel municipio di Norimberga dopo la morte del pittore, l'opera approda alle collezioni reali di Baviera nei primi anni dell'Ottocento, ed è oggi conservato presso l'Alte Pinakothek di Monaco di Baviera.

Parmigianino Selfportrait – via Wikimedia Commons

Parmigianino - Autoritratto entro uno specchio convesso (1524)

Davvero singolare è il modo in cui, siamo all'inizio del XVI secolo, il Parmigianino si auto-ritrae dipingendo il suo riflesso grazie all'utilizzo di uno specchio convesso. Con una mano molto ingrandita in primo piano e il suo volto da adolescente zoomato al centro, il dipinto risulta essere straordinariamente simile a un selfie dei giorni nostri. Per accentuare l'effetto straniante di deformazione spaziale, la stravagante opera fu dipinta su un pannello convesso per imitare la curva dello specchio. L'artista è raffigurato vestito di una pelliccia invernale all'interno di una stanza spoglia non priva di una certa austerità. Il Vasari lo indicò come un lavoro di “presentazione”, una sorta di biglietto da visita che il Parmigianino fece poi pervenire a Papa Clemente VII con lo scopo di esaltare il proprio virtuosismo tecnico e ingraziarsi la corte pontificia in vista di eventuali commissioni. Numerose sono state le interpretazioni da parte di studiosi e, considerato anche l'interesse dell'artista per l'argomento, alcuni di essi hanno ipotizzato un legame di questo dipinto con l'alchimia, riferendosi soprattutto ad alcuni dettagli in qualche modo associabili alla pratica alchemica.

Self-portrait at the Easel Painting a Devotional Panel by Sofonisba Anguissola – via Wikimedia Commons

Sofonisba - Autoritratto al cavalletto (1556/1565)

L'autoritratto, il ritratto e la natura morta erano in pratica i soli generi consentiti a una donna che avesse velleità di dedicarsi all'arte in un tempo che relegava tutta la pratica e la conoscenza in mani maschili. La scelta di raffigurarsi al cavalletto, con pennello e poggiamano, nell'atto di dipingere un quadro devozionale è dunque una presa di posizione ben precisa e un'orgogliosa rivendicazione del proprio ruolo e della propria abilità. E in quel viso dolce da adolescente dai grandi occhi sgranati, si può già leggere la non comune determinazione della nobile cremonese Sofonisba Anguissola, insieme forse a un presagio dei successi futuri e di una vita straordinaria, del tutto impensabile per una donna del tempo, che la porterà fino alla corte di Filippo II per ritrarre di sua mano tutta la famiglia reale. L'autoritratto, che potrebbe essere datato 1554-1555 circa, è conservato nel Castello di Łańcut.

Bacchino malato, Caravaggio – via Wikimedia Commons

Caravaggio - Bacco giovane malato (1593/1594)

Caravaggio dipinse quest'opera dopo essere stato ricoverato presso l'ospedale della consolazione di Roma in circostanze non meglio definite. In questo dipinto, presunto autoritratto giovanile del Caravaggio, il colore pallido della pelle e quello livido delle labbra, potrebbero essere stati ispirati dallo stato di salute dell'artista in quel momento convalescente. Le interpretazioni degli studiosi sono varie e diverse. Se per alcuni la posa del soggetto vuole simboleggiare una resurrezione, vittoriosa sulla malattia e sulla morte, per altri potrebbe contenere caratteristiche più profane e anche il colore insalubre del viso sarebbe prosaicamente imputabile ai postumi di un'ebrezza bacchica. È probabile che il dipinto sia stato realizzato dal Caravaggio come una sorta di saggio delle proprie capacità, con l'intento di mostrarlo a possibili committenti.
Il bacchino malato risale al tempo in cui l'artista operava presso la bottega del Cavalier d'Arpino. Requisito dai delegati di Papa Paolo V, fu poi consegnato al nipote del Papa stesso, il cardinale Scipione Borghese, divenendo in seguito parte della collezione della Galleria Borghese dove ancora oggi è possibile ammirarlo.

Rembrandt self-portrait – via Wikimedia Commons

Rembrandt - Autoritratto (1659)

Rembrandt van Rijn è fra gli artisti che ci hanno maggiormente tramandato la propria immagine e gli autoritratti di sua mano sono varie decine, fra acqueforti, disegni e dipinti. Uno dei più noti è certamente l'Autoritratto risalente al 1659 e conservato oggi presso la National Gallery of Art di Washington. A quel tempo il pittore olandese aveva 53 anni e si trovava in una fase molto delicata della sua esistenza. Dopo aver ottenuto un grande successo, divenendo un protagonista indiscusso dell'età dell'oro olandese, Rembrandt si cimentò anche come mercante d'arte e collezionista. E solo tre anni prima di realizzare questo autoritratto ingenti perdite finanziarie lo portarono a presentare istanza di fallimento. L'esercizio di interpretare un'opera sulla base delle vicende biografiche del suo autore può essere talvolta una tentazione insidiosa, ma nel volto raffigurato in questo dipinto parrebbe quasi di toccare con mano la preoccupazione e la tensione che molto probabilmente assillavano l'artista in quel preciso momento storico. La posa del soggetto si ispira al famoso Ritratto di Baldassarre Castiglione di Raffaello, che il maestro olandese ebbe occasione di vedere durante un'asta tenutasi ad Amsterdam nel 1639. Rembrandt morì dieci anni dopo e fu sepolto in una tomba sconosciuta nella Westerkerk, ad Amsterdam.

Gustave Courbet - Le Désespéré (1843)

Courbet si era già raffigurato in precedenza un altro famoso autoritratto, quello con cane nero dipinto nel 1842 e presentato al pubblico del Salon di Parigi due anni dopo. L'anno successivo, nel 1843, dipinse L'uomo disperato, divenuto uno degli autoritratti più iconici della storia dell'arte. Un'opera dal carattere rivoluzionario, che sfida i rigidi canoni estetici del tempo, a partire dalla scelta di utilizzare l'inconsueto formato orizzontale. Con l'immagine vera e brutale della disperazione di quest'uomo dagli occhi sbarrati, l'artista fissa su tela uno dei primi esempi di analisi introspettiva. Dopo essere stato accusato di aver preso parte all'abbattimento della colonna Vendôme durante la comune di Parigi, Courbet venne condannato a sei mesi di reclusione. Due mesi dopo si rifugiò in Svizzera, dove trascorse gli ultimi quattro anni della sua vita portando con sé Le Désespéré, uno dei dipinti a cui era più legato.

Self-Portrait, Van Gogh - Public domain, via Wikimedia Commons

Vincent Van Gogh - Autoritratto

Van Gogh cominciò a eseguire autoritratti come esercizio propedeutico alla pratica ritrattistica, dato che spesso le sue modeste risorse economiche non gli permettevano di ingaggiare dei modelli. In nessuno dei suoi autoritratti, oltre 40, si avverte l'intenzione di celebrare la propria immagine o il ruolo dell'artista. In una lettera al fratello, esprime piuttosto le difficoltà incontrate nel raffigurarsi: "la gente dice, e sono disposto a crederci, che è difficile conoscere se stessi. Ma non è facile nemmeno dipingere se stessi". Difficile individuare l'autoritratto più significativo della produzione di Van Gogh. Forse il più noto è quello del 1889 con l'orecchio sinistro bendato dopo l'automutilazione infertasi in seguito a un crollo psichico causato da una lite con il collega Paul Gauguin. Può essere interessante accennare anche a quello che è invece considerato il suo presunto ultimo autoritratto, dipinto molto probabilmente nel settembre dello stesso anno durante la sua degenza nell'ospedale di Saint-Rémy-de-Provence. In questo straordinario lavoro la sua attenzione si concentra essenzialmente sul viso. Il colore rosso dei capelli e della barba contrastano con l'effetto allucinato dello sfondo turchese. Nella lettera al fratello che accompagnava la tela, scrive: "Spero che noterai che le mie espressioni facciali sono diventate più calme anche se i miei occhi hanno lo stesso aspetto insicuro di prima, o almeno così mi sembra". Van Gogh si suicidò l'anno seguente. Il dipinto venne acquistato nel 1986 dal Musée d'Orsay, dove tuttora è conservato.

Schiele, autoritratto - Public domain, via Wikimedia Commons

Egon Schiele - Autoritratto con alchechengi

Il Leopold Museum custodisce la collezione più importante al mondo della vasta produzione di Egon Schiele, ben 42 dipinti, 184 opere grafiche, e documenti autografi. Fra questi figurano l'Autoritratto con alchechengi e il Ritratto di Wally Neuzil. Wally era la ragazza con la quale Schiele conviveva nella città di Neulengbach. La loro relazione amorosa e la loro convivenza senza essere sposati avevano scandalizzato gli abitanti della cittadina boema, che furono costretti a lasciare. Ancora più seri furono i problemi a cui Schiele andò incontro in seguito, quando finì in carcere per un breve periodo con l'accusa di aver sedotto una ragazza non ancora quattordicenne e di aver ritratto giovani adolescenti nude. Le due opere, dipinte nel 1912, presentano la medesima struttura: sfondo chiaro, abito scuro, lo sguardo rivolto verso l'osservatore, elementi vegetali stilizzati sullo sfondo. I corpi, inclinati in direzione opposta, divengono elementi di una composizione asimmetrica che si bilancia visionando i due dipinti uno accanto all'altro. In questo lavoro, uno dei suoi più noti, Schiele tocca forse l'apice della sua arte e mostra una notevole capacità di indagine psichica. Qui nulla è lasciato al caso, tutto è definito da linee nette e da un utilizzo sapiente del colore. Con il suo sguardo obliquo puntato con atteggiamento di sfida verso l'osservatore, l'artista si rappresenta sicuro di sé, un atteggiamento in contrasto però con la postura del suo corpo piegato, fragile come lo stelo della pianta di alchechengi che sta alla sua destra e che dà il titolo all'opera. Wally scomparve il giorno di Natale del 1917 uccisa dalla scarlattina, mentre prestava servizio come crocerossina in Dalmazia, dove era partita volontaria.
Schiele morirà pochi mesi dopo, il 31 ottobre 1918, stroncato dell'epidemia di influenza spagnola. Aveva solo 28 anni.

 

A cura della redazione di Kooness

Immagine di copertina: Gustave_Courbet, Le_Désespéré (1843) - Public domain, via Wikimedia Commons

 


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